Il Racconto: Al fil dea Poenta

martedì 01 dicembre 2015

El fil dea poentaIn una vecchia trattoria sulle colline del Vittoriese, tra vecchi amici, la cena de poénta e gevro. Arrivata in tavola, calda, fumante e profumata, la polenta non poteva lasciarci indifferenti. Ora è solo una variante nella nostra tavola. Si sa, però, che la polenta è parte della storia delle passate generazioni, della storia di questa terra. Chi non ricorda il dolcissimo profumo di cui la sera i borghi erano inondati quando veniva rovesciata sul fondal? Quel profumo diventava una specie di richiamo, era quella la voce che la cena era pronta. E quanta fatica perché non sapesse di bruciato, perché fosse cotta al punto giusto e non si attaccasse alla caljera, con il fuoco sempre ravvivato, e la cuoca di turno avvolta da una nube di fuliggine mentre mescolava di continuo e sempre nello stesso senso. La polenta era anche un indice di misurazione delle differenze sociali:c’erano quelli che mangiavano pane (i ricchi), quelli che il pane non sapevano nemmeno cosa fosse e mangiavano solo polenta (i poveri) e quelli che erano così poveri chesi diceva “no i à gnanca al fil par tajar la poénta”. Ecco, il filo della polenta, appunto. La cosa che mise in grande fibrillazione il gruppo, alla cena del gevro, non fu tanto il gevro, tra l’altro di squisita e antica ricetta, e nemmeno la polenta che lo accompagnava. Fu un particolare che da anni ormai non fa più la sua comparsa e di cui tutti avevamo dimenticato l’esistenza, e attorno al quale la discussione era subito diventata accesissima: proprio al fil dea poénta. Il problema erano le sue dimensioni e la sua consistenza: chi diceva che doveva essere un fil da musèt, chi invece sosteneva che doveva avere lo spessore di un fil da salàdo. Ma la vexata quaestio si rivelò presto un’altra: come andava adoperato al fil dea poénta? Chi sosteneva che la fetta andava tagliata calando verticalmente lo spago dall’alto verso il tagliere dopo averne stabilito la consistenza, per poi farlo avanzare in avanti; chi invece, quasi scandalizzato dalla teoria precedente, sosteneva che il rituale (perché di autentico rituale si trattava) prevedeva, al contrario, l’avanzamento del filo dal basso e in avanti, movimento seguito da uno spostamento verso l’alto una volta stabilito lo spessore della fetta. Non servì a chiarire la questione l’intervento di un componente del gruppo, dichiaratosi massimo esperto infatto di polenta e filo per aver mangiato anni e anni polentaper ventuno volte la settimana, e cioè tre volte al giorno:poénta matina meodì e sera, poènta e fasoi, poénta esugo o poénta éa sola, qualche volta abbrustolita sullapiastra della cucina economica, pestata nel latte, polentafredda nel latte caldo o polenta calda nel latte freddo...La discussione continuò fino a quando il filo finì arrotolatoattorno al manico di un fondàl rimasto ormai vuoto.La questione è tuttora irrisolta. Rimane il fatto che aprovocare il ricordo di quel tempo che non c’è più, ma checi è rimasto nel cuore, a volte può bastare anche un esilefil dea poènta.