UN MONDO VERDE


 

Era il tempo in cui passavo più ore sugli alberi che a terra.
Quasi al confine del mio giardino ma nel cortile dei vicini, viveva un fico monumentale da “c’era una volta”. Era enorme,rotondo, sano, bello, generoso e buono, non chiedeva niente e dava tutto. Lo amavo!
Dentro la perfetta chioma c’era un dedalo di sentieri, scale aeree, nicchie, sale e ponti, insomma un mondo dendritico e segreto tutto da esplorare. Credo che nessuno lo conoscesse come me.
Scavalcavo la siepe di ligustro e la rete metallica, percorrevo una breve salita creata dalle macerie rimaste dalla guerra ed ero sotto il muro. Un lungo passo ed ero nella favola.Avrei circolato ad occhi chiusi, conoscevo al tatto ogni rametto ed ogni anfratto, direi quasi ogni foglia. Potevo arrampicarmi con leggerezza fino ad un ultimo ramo verticale molto sottile e, distribuendo il peso, riuscivo ad emergere con testa e spalle e trovarmi dominatore di quella bellezza.
I frutti lunghi e sottili a goccia: una delizia!
Mangiavo e riempivo una cesta di ferro intrecciato dopo averla rivestita all’interno di uno spesso strato di foglie.
C’era anche un’altra possibilità tutta aerea: arrampicarsi sul muro di cinta, passare sul tetto di un ripostiglio e, senza scendere a terra, guadagnare un lungo ramo orizzontale come su un ponte sospeso ed entravo nel cuore dell’albero.
Nonostante il legno tenero e fragile, non mi ha mai tradito.
L’amore era reciproco!
E i vicini? Le proprietarie erano tre sorelle nubili di una certa età e piuttosto corpulente. Erano le signorine More, amiche di famiglia.
Il gusto e la soddisfazione di rubare mi impedivano di confessarlo alle signorine che, tuttavia, sapevano tutto.
Dopo una stagione di furti fui invitato ad un accordo così concepito: io avrei avuto via libera ed il raccolto sarebbe stato equamente diviso. La cosa mi sembrava giusta e fu sempre rispettata.
Più grande, sfogliando i primi libri riproducenti disegni e dipinti famosi, mi accorsi che Adamo ed Eva rigorosamente nudi portavano davanti una foglia che conoscevo bene e mi convinsi che l’albero del bene e del male, l’albero dell’Eden e del serpente non era un melo, era un fico!
Forse la Bibbia aveva sbagliato!
Anni dopo tornai sul luogo ed al posto del mio fico c’erano due polloni che trapiantai nel mio giardino.
Da un paio d’anni risento il gusto della mia fanciullezza.

Augusto Bellè