CONVERSAZIONE SULLA LEUCEMIA (prima parte)

PROF. LUIGI ZANESCO

 

La prima descrizione di un caso di leucemia risale al 1827, ma il riconoscimento che si tratta di una malattia con una sua propria individualità nosografica spetta a Bennett (fisiologo scozzese) e a Virchow (il famoso patologo tedesco), che entrambi, ma indipendentemente uno dall’altro, così la presentarono nel 1845.

Virchow, fra l’altro, ne coniò il nome, parlando di “Weisses Blut” (sangue bianco) e di “leucemia” nel 1847. Ci sono voluti decine di anni di studi per riuscire a classificare le leucemie nelle forme principali che sono oggi accettate (acute e croniche, linfatiche e mieloidi) e solo verso gli anni 1920-1930 la diagnosi divenne possibile per i reparti ospedalieri.

Ma prima, dal momento che la leucemia è sempre esistita, che ne era degli ammalati? La risposta è semplice: i malati morivano tutti, immancabilmente, con diagnosi come emorragie, anemie, sepsi; cioè diagnosi incomplete, ma non scorrette, perché anche oggi i pazienti affetti da leucemia e non destinati a guarire, soccombono per queste complicazioni.

Negli anni 1950-1960 finalmente si sono cominciati a utilizzare per la prima volta farmaci efficaci, capaci di ridurre o far scomparire temporaneamente le cellule maligne dal sangue dei pazienti affetti da leucemia linfatica acuta.

Se si otteneva la scomparsa di queste cellule per più di tre mesi la situazione era definita come “remissione midollare”. Questa cura iniziale fu chiamata “terapia di induzione”, perché capace di indurre appunto questa remissione midollare. Per un risultato stabile, ci si accorse che occorreva combattere non solo le cellule leucemiche visibili al microscopio, ma anche quelle invisibili, nascoste nel midollo osseo o in altri organi o tessuti dove funzionano da cellule-madri (veri e propri “semi” da cui continuano a germogliare le cellule leucemiche). Queste cellule madri, che se ne stanno in letargo, hanno un metabolismo ridotto, e perciò non assorbono farmaci, ma ogni tanto si risvegliano e proliferano. Si studiarono pertanto somministrazioni di farmaci a dosaggio più sopportabile di quelli usati all’inizio, ma somministrabili a lungo (1-2 anni) in modo da uccidere le cellule proliferanti, fino a “esaurire” le cellule madri. Questa è la cosiddetta “Terapia di mantenimento”.

Negli altri tipi di leucemie acute le strategie sono un po' diverse e purtroppo sono riuscite un po' meno efficaci. Tuttavia con la sola somministrazione di farmaci, oggi si riesce a guarire il 70% di bambini, e il 30-40% degli adulti affetti da leucemia linfatica acuta e il 35-40% dei pazienti affetti da leucemia mieloide acuta.

Il discorso è diverso per le leucemie croniche, che non rispondono mai ai farmaci in modo definitivo. Per queste forme croniche (e per quelle che non rispondono) si è trovato il modo di utilizzare il trapianto di midollo.

Questo intervento, messo a punto dopo molti tentativi falliti fra il 1939 e gli anni 1960, è un provvedimento tuttora drastico, che ha i suoi rischi, ma che riesce a recuperare alla guarigione circa metà dei pazienti che vi ricorrono (compresi i ricaduti). I problemi del trapianto sono legati alla scarsità di persone compatibili. Ma altri problemi riguardano le reazioni talvolta imprevedibili che possono verificarsi dopo il trapianto (cosiddetta malattia ospite-trapianto o GVHD, e il rigetto) e alle infezioni che possono colpire il ricevente durante la fase di attecchimento del trapianto.

Per aumentare la probabilità di avere a disposizione dei donatori di midollo, si sono create delle banche di donatori volontari. Poiché, al di fuori dei fratelli, le probabilità di trovare un donatore è inferiore a uno su 100.000, queste banche devono poter avere molte centinaia di migliaia di persone fra cui scegliere e perciò sono banche sovranazionali: in Europa abbiamo attualmente a disposizione oltre 600.000 potenziali donatori, ma si dovrà superare il milione per poter attingervi con una discreta probabilità di trovare il donatore. Il trapianto da “non parente” è tuttavia un po' più rischioso di quello da un fratello.

Quanti sono i casi di leucemia? Dalle statistiche disponibili in Italia dovrebbero verificarsi circa 4.500-5.000 nuovi casi ogni anno. Nel Veneto se ne osservano 350-400 all’anno; fra questi 40-45 sono bambini, il resto adulti, ma soprattutto anziani, avendo la malattia un’incidenza crescente a partire dai 50 anni.

Per i bambini, si tratta per lo più, di leucemie linfatiche acute, negli adulti prevalgono invece le leucemie croniche.

La domanda più frequente che i medici si sentono rivolgere è questa: quali sono i segni premonitori della malattia e cosa si può fare per prevenirla?

Purtroppo non si può prevenirla nei bambini nei quali è in gioco un fattore prevalentemente costituzionale mentre qualcosa si può fare per gli adulti: che dovranno mantenere il proprio corpo protetto da eccessi di radiazioni e da esposizione a veleni “oncogeni” (come il benzene): ma sia chiaro che anche così facendo, buona parte delle leucemie si manifesterà lo stesso.

I sintomi premonitori sono molto variabili e comprendono la stanchezza, la tendenza a infezioni banali (tonsilliti, faringiti) e a manifestazioni emorragiche (petecchie, ecchimosi, emorragie dal naso o dalle gengive ecc...). Nei bambini i dolori ossei (agli arti) sono frequenti e ben noto è l’ingrossamento delle linfoghiandole nelle loro sedi abituali (collo, ascelle, inguine) della milza e del fegato.

Ma dobbiamo rilevare che questi sintomi o segni, soprattutto se non si presentano tutti insieme, sono frequentissimi nei bambini, e si ritrovano in un gran numero di essi che sono portati dal medico per visita. Il medico non è autorizzato a pensare subito alla leucemia (il che comporterebbe un ricovero immediato per accertamenti), ma dovrà obbligatoriamente rivedere il bimbo nei giorni seguenti; se dopo due settimane i sintomi e i segni si aggravano, come è inevitabile in una leucemia, allora si procederà agli accertamenti opportuni: fortunatamente questi sono necessari solo in una minima parte di casi.

I parenti spesso si preoccupano delle conseguenze di un ritardo nella diagnosi, qualche volta incolpando i medici di avere sottovalutato le avvisaglie della malattia.

In realtà è importante arrivare prima delle eventuali complicazioni, come le infezioni gravi, le compressioni di organi da parte di linfonodi ingrossati, lesioni ai reni con insufficienza di questi organi ecc..., ma la malattia di per se, se risponde ai farmaci, lo fa allo stesso modo se si cura alle prime manifestazioni o dopo qualche giorno o settimana.

Le leucemie croniche possono essere anch’esse trattate con farmaci per ridurre il numero delle cellule leucemiche e quindi ridurre le complicazioni vascolari nei vari organi, ma esse possono guarire soltanto con il trapianto di midollo, con qualche eccezione per alcune forme, come la leucemia a cellule cappellute che risponde all’Interferone o a moderni chemioterapici. In ogni caso, le leucemie croniche consentono sopravvivenze di anni in buone condizioni, anche a coloro che non trovano un donatore.

Prof. Luigi Zanesco
Clinica Pediatrica, Università di Padova