DALLE CELLULE PLACENTARI UN'ALTERNATIVA AL TRAPIANTO DI MIDOLLO
 

Nel 1988 Eliane Gluckman, direttrice del Centro Trapianti di Midollo osseo dell'Ospedale S. Luis di Parigi, mentre stava cercando, senza successo, un donatore di midollo per un suo paziente, un bambino affetto dall'anemia di Fanconi (grave forma di anemia aplastica, costituzionale, dall'evoluzione certamente infausta), incontrò, ad un congresso, il Prof. H.E. Broxmeyer dell'Università dell'Indiana.

Il Prof. Broxmeyer, riprendendo precedenti studi di altri ricercatori, era riuscito a dimostrare la presenza, nel sangue placentare, di un'elevata quantità di cellule "staminali" o progenitrici, capaci di dare origine alle cellule circolanti del sangue (gl. rossi, gl. bianchi e piastrine). Egli aveva osservato che una quantità anche limitata di sangue placentare, se coltivata per brevi periodi, dava origine a "colonie" di cellule mature che, per quantità e qualità, erano molto simili a quelle che si potevano ottenere dal sangue midollare.

Il colloquio col Prof. Broxmeyer accese nella mente di Eliane Gluckman una nuova idea.

Ella, ricordandosi che la madre del bambino ammalato era incinta, fece fare un prelievo intrauterino e dimostrò che il nascituro non era portatore dell'anomalia genetica che causa l'anemia di Fanconi e che era HLA identico al fratello ammalato. Quindi, in occasione del parto, fece raccogliere il sangue placentare e quantificare le cellule progenitrici. Nel frattempo il piccolo paziente fu sottoposto alla terapia di preparazione al trapianto di midollo e quando tutto fu pronto, il sangue placentare venne trasfuso.

Il risultato di questo trapianto è di quelli che si ricordano poiché destinato ad aprire una nuova strada.

Con grande sorpresa e soddisfazione il ragazzo si riprese perfettamente e, a distanza di oltre 5 anni, è in perfette condizioni di salute.

Neppure si è verificata quella temibile complicanza, tipica di ogni trapianto di midollo ma particolarmente grave nella anemia di Fanconi: la graft versus host disease (GVHD). Questa complicanza è provocata dai globuli bianchi trapiantati i quali riconoscendo anche solo piccolissime differenze, aggrediscono il ricevente, reso incapace di difendersi per la terapia di preparazione al trapianto.

La graft versus host disease costringe ad intraprendere prolungate terapie immunosoppressive che causano disfunzioni immunologiche che fanno aumentare la mortalità post-trapianto.

Il felice esito di questo pionieristico trapianto, era destinato, come prevedibile, a suscitare molta attenzione nella comunità scientifica. Diversi immunologi si sono dedicati allo studio delle cellule placentari, alla loro caratterizzazione fenotipica, alla valutazione della loro immaturità funzionale, cercando anche di capire il perché queste cellule, meno aggressive delle cellule midollari dell'adulto, sembrano addirittura più adatte di quelle del midollo osseo per un trapianto allogenico in quanto "incapaci" di mediare una graft versus host reaction.

Dal 1990 al 1993 sono già stati eseguiti una trentina di trapianti in bambini ed adolescenti utilizzando cellule placentari in alternativa a quelle midollari.

I risultati più che soddisfacenti hanno stimolato un'altra idea che già comincia a farsi strada: istituire una banca di sangue placentare.

In Europa si è discusso per la prima volta di questo progetto nel Gennaio del 1993 a Monaco di Baviera e successivamente alcuni Centri hanno dato vita ad un progetto pilota per la creazione di una Banca Europea del sangue placentare (European cord blood bank).

Con una tecnica molto semplice e certamente innocua sia per il neonato che per la madre, dopo che l'ostetrica ha chiuso il cordone ombelicale, un operatore preleva, sterilmente, il sangue placentare che, addizionato a crioprotettivi, viene tipizzato e conservato in ozono liquido.

Non è possibile, al momento attuale, stabilire in che misura questa nuova forma di trapianto potrà integrarsi o sostituirsi a quella effettuata con donatori iscritti nei vari registri internazionali, ma, certamente, i risultati finora raggiunti incoraggiano a sperare che per coloro che sono colpiti da malattie tanto gravi come la leucemia o l'anemia aplastica, l'attesa per un trapianto sarà meno angosciosa.

Dott. A. Gavioli